Un tesoro per i creativi alla New York Public Library: oltre 187mila immagini (libere)

New York Public Library
credits: Mariangela Traficante

La prima sensazione è stata chiara: stordimento.

Appena letta la notizia, sono atterrata sul sito della New York Public Library e mi sono chiesta: e quindi come si fa? Poi, pian piano, ho capito che qualche “percorso” per raccapezzarsi c’era e altri sono destinati ad arrivare. Perchè – lo sapete? – la notizia è che la New York Public Library ha allargato le possibilità del suo immenso archivio digitale, rilasciando in dominio pubblico oltre 187mila documenti fotografici. Tutti scaricabili liberamente, e con la libertà di riutilizzarli in qualunque modo. Anzi: “Everyone has the freedom to enjoy and reuse these materials in almost limitless ways” recita il sito della New York Public Library. Che ha deciso di mettere a disposizione il download nella più alta risoluzione possibile, direttamente dal portale dedicato alle sue Digital Collections. Senza necessità di autorizzazione nè restrizioni.

archivio New York Public Library collezione di fotografie
E c’è davvero di tutto in questo zibaldone digitale: mappe storiche, fogli manoscritti di autori come Walt Whitman e Nathaniel Hawthorne (l’autore de La Lettera Scarlatta), illustrazioni botaniche e fotografie d’epoca, antichi testi religiosi e persino le planimetrie degli appartamenti newyorchesi degli anni ’20.

Solo le mappe e gli atlanti, giusto per fare un esempio, sono più di 20mila. E come resistere a scoprire com’era la Grande Mela negli anni ’30?

New York Public Library
New York Public Library, credits: Mariangela Traficante

La New York Public Library, un “monumento” da non perdere in un viaggio a New York, un’istituzione storica e al tempo stesso perfettamente a suo agio nel mondo scandito da social e digitale. Sì, perchè l’idea di mettere a disposizione liberamente il proprio archivio non è una scelta qualunque ma anche una bella intuizione: miscelare il passato al futuro, le carte e le pergamene ai tablet. Scoprire come poter dare nuova vita e vitalità ad una massa immane di documenti che rischierebbe invece di rimanere a prendere polvere a solo beneficio di qualche studioso.

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Amate osservare il mondo attraverso la fotografia? Ecco sette mostre da vedere a Milano

Forse non lo sapete, ma in questi mesi la Milano in gran spolvero per Expo 2015, tra eventi e bellezze e nuovi luoghi che si aprono a cittadini e turisti, è anche una capitale della fotografia. C’è un Photofestival che anima la città ogni anno e che quest’anno porta fino a settembre un centinaio di mostre. E poi c’è Expo in Città, con il suo ricchissimo calendario di eventi. Risultato? Una grande bellezza per gli amanti della fotografia.

Impossibile qui raccontare tutto quello che c’è da vedere a Milano in proposito, però una cosa la voglio fare: sono settimane che “prendo appunti”, segno qua e là la mia to do list, le mostre fotografiche che voglio assolutamente vedere perchè raccontano un pezzo di mondo. Allora ho deciso di condividerla con voi: perchè se amate vedere il mondo raccontato attraverso l’obiettivo ecco secondo me sette mostre che vale la pena vedere. Diversissime tra loro, alcune anche gratuite, altre in luoghi che meritano di essere scoperti. Io per ora nella mia lista sono riuscita a spuntarne solo una, ma spero di recuperare in fretta!

mostre da vedere a Milano mostre fotografiche gratuite“Oman, Harvest beyond landscapes”

Comincio dall’Oman, una mostra che ho visto la settimana scorsa e che vi racconto qui. Cinquanta immagini di grandi fotografi internazionali mostrano le diverse anime del Paese, la sua natura, aspra di rocce e deserto e generosa di oasi, le persone che lo abitano. E viene raccontata in quattro declinazioni: Harvest, dedicata al raccolto in tutte le sue accezioni, dalla pesca ai campi al tripudio di incenso e spezie nei mercati; Landscapes, scenari che si trasformano, dalle distese desertiche ai villaggi dell’entroterra. People, volti di donne, uomini, bambini, ed esperienze di vita, Flow, l’acqua, dagli antichi canali chiamati aflaj fino ai campi irrigati ed alle oasi. Dove? Presso la Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano, in via Turati, via Turati 34, ma solo fino al 27 maggio. Ingresso libero. http://www.lapermanente.it/eventi/eventi-in-corso/oman-harvest-beyond-landscapes-inaugurazione-11-maggio-ore-18-30/

Pietro Donzelli Delta del Po' Anni Cinquanta
Pietro Donzelli Delta del Po’ Anni Cinquanta

Italia Inside Out

Due mostre in una, o meglio in due tempi: Italia Inside Out raccoglie oltre 500 immagini d’autore per raccontare l’Italia. Ma la racconta in due momenti diversi, i “nostri” occhi, o meglio obiettivi, e quelli degli stranieri.
Al momento infatti, e lo sarà fino al 21 giugno prossimo, sono in scena i fotografi italiani. Dal 1 luglio al 27 settembre toccherà ai fotografi dal mondo mostrare la “loro”Italia.
Dove? A Palazzo della Ragione, il nuovo museo dedicato alla fotografia di Milano. Un racconto dell’Italia per immagini che attraversa 60 anni . Qualche nome: Gianni Berengo Gardin a Venezia, Mario Giacomelli nelle Marche, Domingo Milella in Puglia, Mimmo Jodice e
Francesco Jodice in Campania, Pietro Donzelli sul delta del Po, Gabriele Basilico a Roma. Dove? Palazzo della Ragione, Piazza dei Mercanti. Biglietto intero 12 euro (16 euro il ridotto per entrambe le mostre)

http://palazzodellaragionefotografia.it/exhibition/italia-inside-out-inside/#sthash.MwGLs6Ak.dpuf

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Viaggio in Oman in cinquanta scatti: vi consiglio una bella mostra (gratuita) da vedere a Milano

mostra fotografica Oman

Volti intensi e mani rosse di hennè, il profumo immaginato dei boccioli di rosa, del thè e del caffè, paesaggi di acqua, rocce e sabbia.

Oggi vi porto in un viaggio in Oman, attraverso un reportage di cinquanta bellissime immagini, che potete ammirare a Milano. Eccola infatti la bellezza di Expo 2015 anche al di fuori dei padiglioni di Rho: che anche la città si anima, di eventi e iniziative come questa, legata all’Esposizione Universale, che ho avuto la fortuna di visitare ieri, giorno della sua inaugurazione, e che voglio raccontarvi per almeno tre motivi: le foto sono davvero suggestive e raccontano diverse anime del Paese, è una mostra a ingresso gratuito, ed è ospitata in un luogo di una Milano centralissima, il Museo della Permanente, in via Turati 34, ma che forse pochi conoscono rispetto ad altri luoghi della cultura milanesi.

E, dunque, è una di quelle cose belle che vanno valorizzate!

La mostra fotografica rientra proprio nelle attività realizzate dall’Oman in occasione di Expo 2015, si chiama “Oman, Harvest beyond landscapes” porta per la prima volta in Italia un allestimento di cinquanta scatti realizzati da diciotto fotografi internazionali.

Lo spirito delle immagini? Raccontare la natura sfaccettata dell’Oman ed il suo rapporto con gli uomini e le donne che lo hanno abitato e ancora lo abitano. Una natura spesso aspra, come tra rocce e deserto, ma che sa diventare generosa grazie all’acqua.

E viene raccontata in quattro declinazioni: Harvest, dedicata al raccolto in tutte le sue accezioni, dalla pesca ai campi al tripudio di incenso e spezie nei mercati; Landscapes, scenari che si trasformano, dalle distese desertiche ai villaggi dell’entroterra. People, volti di donne, uomini, bambini, ed esperienze di vita, Flow, l’acqua, dagli antichi canali chiamati aflaj fino ai campi irrigati ed alle oasi.

La mostra è a ingresso libero, si può visitare fino al 27 maggio presso la Società per le Belle Arti ed Esposizione Permamente di Milano, dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18.30.

Qui ve ne regalo qualche scorcio, ma se siete in zona vi consiglio di andare a visitarla dal vivo, merita!

Il cielo sopra l’America. Per scoprire il fotografo Wim Wenders

Western World Development, Near Four Corners, California © for the reproduced works and texts by Wim Wenders: Wim Wenders/Wenders Images/Verlag der Autoren 1986
Western World Development, Near Four Corners, California © for the reproduced works and texts by Wim Wenders: Wim Wenders/Wenders Images/Verlag der Autoren
1986

Cosa succede se un grande regista, visionario, sperimentale, imbraccia una macchina fotografica e si mette a scattare, non immagini in movimento, ma fotogrammi, di quelli però che raccontano il Paese più on the road che c’è? Succede che arriva Wim Wenders. America. E’ lui infatti il regista di cui sopra, e questo è il titolo di una mostra che spero di andare a vedere al più presto!

Dalla fine degli anni Settanta al 2003, Wim Wenders ha girato gli Stati Uniti e fermato su pellicola i suoi anni americani, ma soprattutto paesaggi, architetture, strade. Che sono in mostra, proprio da oggi, a Varese. Durerà fino al 29 marzo l’allestimento che porta l’America di Wim Wenders a Villa Panza grazie al Fai Fondo Ambiente Italiano. Una mostra che lo stesso Wenders ha voluto dedicare a “due” Hopper, l’amico Dennis e il pittore Edward, l’artista della luce americana per eccellenza.

© Donata Wenders
© Donata Wenders

“I paesaggi danno forma alle nostre vite, plasmano il nostro carattere, definiscono la nostra condizione umana e se sei attento acuisci la tua sensibilità nei loro confronti, scopri che hanno storie da raccontare e che sono molto più che semplici luoghi.”

A Villa Panza Wenders mette in mostra trentaquattro immagini, spesso vere e proprie gigantografie. Alcune vengono scattate con una Leica usata per esplorare i nuovi set da immortalare nei film, ma il regista passa in seguito ad una Makina-Plaubel con pellicola negativa Eastman per “guardare le cose (regarder)” e “conservarle (garder)”. E così l’artefice del Cielo sopra Berlino immortala i grandi spazi americani come quelli texani, ma non solo: nella Scuderia della Villa la mostra si conclude con Ground Zero, l’omaggio a New York ferita.

Che dire? Che sono troppo curiosa di scoprire il Wim Wenders fotografo, e voi?

(Tutte le info le trovate nel sito di Wim Wenders. America)

Il viaggio è fatto di parole, immagini, suoni: scopriteli a Roma al Festival della Letteratura di Viaggio

Festival della Letteratura di Viaggio Roma

Ci siamo: oggi a Roma inizia una settimana importante per chi ama viaggiare. Torna infatti il Festival della Letteratura di viaggio, che avrà il suo clou dal 25 al 28 settembre prossimi a Palazzetto Mattei in via della Navicella 12, ma in realtà mai come quest’anno si apre alla città e si sfaccetta in tante declinazioni.

Perchè un viaggio è una scoperta e non può essere fatto solo di parole. Per cui la letteratura di viaggio diventa qui anche immagini, suoni, movimento ovviamente.
E quindi sono oltre 40 gli eventi in programma, incontri ma anche mostre, premi, laboratori, visite guidate, persino spettacoli teatrali.
Nato a Roma nel 2008 e promosso dalla Società Geografica Italiana, il Festival della Letteratura di
Viaggio giunge quest’anno alla sua settima edizione.
Ora è in corso il PreFestival, fino al 24 settembre, poi sarà la volta del Festival vero e proprio, dal 25 al 28 settembre, tra il Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini, il Museo di Roma Palazzo Braschi e Palazzetto Mattei con i giardini di Villa Celimontana, sede della Società Geografica Italiana. Ma parallelo a tutto ciò c’è un circuito di eventi collaterali che si snoderà fino al 16 novembre.

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Un viaggio lungo un secolo, quello dei fotoreporter. L’incontro con Mario Dondero

LO scattoumanoOggi vi racconto di uno degli incontri a cui ho assistito all’ultimo Festivaletteratura di Mantova, anzi, l’incontro che ha chiuso la mia due giorni passata ad arricchirmi di spunti, storie, energia.
Ci sono persone che non mi stancherei mai di stare ad ascoltare. Perchè raccontano di terre (spesso) lontane, di incontri fortuiti e fortunati, di polvere nelle scarpe. Oppure, anche quando i loro ricordi rimangono vicini, magari in città ben conosciute, sono tagliati da angolature inedite per noi, da uno sguardo esperto, quello dell’occhio, e della macchina fotografica. Sono così i grandi fotografi, ed in particolare una categoria di questi, i fotogiornalisti, ed io quasi una settimana fa, a Mantova, ho avuto la fortuna di ascoltarne uno, Mario Dondero.

Uno che ha fermato con l’obiettivo conflitti, cambiamenti sociali, scene artistiche e culturali (dalla guerra algero-marocchina alla Sorbona occupata, alle genti del Mali). Scegliendo di fare il fotoreporter “perchè vedevo che si poteva raccontare di più con la macchina fotografica che con le sole parole”, ha detto ad una platea folta, affascinata e silenziosa che ha riempito lo splendido Teatro Bibiena della città.

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Quant’è bella New York e (non solo) in bianco e nero: così ho scoperto Ruth Orkin e Morris Engel

mostre fotografiche Milano New YorkNon ci posso fare niente. Le foto in bianco e nero hanno per me sempre un fascino irresistibile. Per questo appena ho saputo di questa mostra fotografica a Milano, a Palazzo delle Stelline, ho deciso di farci un salto, scoprendo una storia che io, appassionata ma di certo non tra i più esperti di fotografia, non conoscevo, e di cui sono davvero contenta. E che mi ha fatto confermare ancora una volta che, sì, non ci può essere viaggio –vicino o lontano, anche dietro casa, non importa – senza una macchina fotografica al collo (o in mano.. lo so che allo smartphone non si rinuncia…) . Loro così hanno immortalato celebrities (lei), gente di strada (lui) e New York, la Grande Mela, insieme.
Ruth Orkin + Morris Engel: una coppia di fotografi e filmmaker incontratisi grazie all’associazione di fotografia newyorchese Photo League.

Una storia che sembra lei stessa un film di altri tempi. Soprattutto quella di lei, Ruth Orkin, figlia di un’attrice di cinema muto e di un produttore di barchette giocattolo, cresce a Hollywood, riceve la sua prima macchina fotografica a dieci anni (una Univex da 39 centesimi) ed a diciassette parte in bicicletta per attraversare gli Stati Uniti ed arrivare a New York per l’Esposizione Universale del 1939. Nella Big Apple ci va a vivere nel 1943 dove, anni dopo, conoscerà il futuro compagno di lavoro e di vita Morris Engel, grazie alla Photo League. Lui a New York, anzi per la precisione a Brooklyn, c’è nato, e nella Photo League ci entra nel ’35 per frequentare un corso: ne diventerà insegnante ed uno dei maggiori esponenti.

fotografi americani
Glamour e libertà lei, spirito d’osservazione popolare lui, due anime che si vedono tutte nelle foto esposte a Milano. Come quella, bellissima e famosa, “American girl in Italy”: la studentessa d’arte Nina Lee Craig passa, noncurante ed altera, per le vie di Firenze tra gli sguardi non proprio disinteressati di uomini e ragazzi italiani che sembrano usciti da un film anni ’50, ed in effetti nel 1951 siamo. Ma si tratta di una scena “girata”anche questa o di un reportage? Poco importa. Quello che scopro girando appena lo sguardo verso una teca che espone delle riviste è che questa ed altre foto di Nina Lee a Firenze avevano illustrato un servizio modernissimo di un Cosmopolitan d’antan: “When you travel alone” si chiamava, e raccontava alle ragazze americane la bellezza di viaggiare da sole – anche per fare nuovi incontri – ma spiegando loro cone farlo in maniera sicura, tra consigli sul denaro, sull’organizzazione del viaggio e sulla “fauna” locale. Il tutto, con l’inseparabile Baedeker anche al di qua dell’Oceano. Correva l’anno 1952, edizione di settembre, ma ve l’immaginate?
Di qua, Ruth Orkin, di là Morris Engel e la sua carrellata delle vie di New York, le più multietniche, a cominciare dalla Harlem degli anni ’30 e ’40, dai bambini che giocano al lustrascarpe, per scivolare a Little Italy, Chinatown e le enclave russe dei primi ’80. In mezzo, una guerra ed uno sbarco in Normandia, ma anche tanti film, come il Little Fugitive del 1953, di cui i documentari proiettati in mostra mandano qualche frammento: la storia di un monello che scappa in un altro luogo simbolo di New York, il parco divertimenti di Coney Island, nei suoi fasti migliori, nel lungometraggio cosi’ come nelle foto in mostra che ritraggono giostre e bagnanti.

Volete darci uno sguardo? C’è tempo fino al 3 agosto alla Fondazione Stelline, in corso Magenta 61 (qui tutte le info).

Ps: poi se volete, una volta usciti dalla mostra, io vi consiglio di andare a scoprire a due passi da li’ un luogo di Milano che sembra quasi segreto: il Chiostro di Santa Maria delle Grazie. Alle spalle di basilica e refettorio che ospita il celebre Cenacolo c’è un piccolo cortile verde. Ci entrate da via Caradosso, e troverete questo:

Il Mediterraneo in centoquaranta fotografie. A Milano

Marsiglia. Credits Triennale, foto di Marie Bovo
Marsiglia. Credits Triennale, foto di Marie Bovo

Vi è mai capitato di trovarvi altrove, in un’altra terra mediterranea, e sentirvi a casa? Un fascio di luce intensa, una fila di panni stesi, una voce che rimbalza da un cortile all’altro, certe tonalità di colore.

A volte basta poco, per chi come me è nato a sud, a ritrovare queste sensazioni in una via dell’Andalusia, un porto francese o un mercato tunisino. Perché, in fondo, siamo tutti Mediterraneo, con il nostro bagaglio comune di storie ma anche tante sfaccettature diverse, diversità da coltivare. Mi è piaciuto pensarlo così, mentre la scoprivo sfogliando il giornale stamattina, lo spirito di una mostra che si inaugura oggi a Milano e che voglio assolutamente andare a vedere. Primo, perché si tratta di fotografia, secondo, perché racconta per immagini, appunto, il Mediterraneo, terra comune ed “esotica” al tempo stesso. Terzo, e non guasta, perché è gratuita, e con questo lancio un messaggio a chi è convinto che a Milano si debba pagare per tutto, sempre. Non è vero! ci sono un mucchio di eventi ed iniziative culturali assolutamente avvicinabili, basta avere un pizzico di curiosità, come sempre del resto.
Ma torniamo al Mediterraneo! “The Sea is my land” si chiama la mostra allestita da oggi e per tutta l’estate o quasi, fino al 24 agosto, alla Triennale di Milano. L’esposizione vede riuniti 140 lavori di 23 artisti, prevalentemente giovani (quasi tutti under 40, dice Emanuela Mazzonis, che l’ha curata insieme a Francesco Bonami, mentre la realizzazione è a cura di Bnl Gruppo Bnp Paribas), provenienti dai Paesi bagnati dal Mar Mediterraneo. Dalla Siria ad Israele, dalla Spagna all’Algeria passando per l’Egitto e l’Albania, i Paesi del Mare Nostrum sfilano seguendo tre percorsi, le città, la guerra, la realtà interpretata.
E’ aperta dal martedì alla domenica dalle 10.30 alle 20.30, il giovedì invece fino alle 23.

parco sempione Milano
Parco Sempione. Credits chelibromiporto.com

Ora non mi resta che decidere quando andarci (e magari anche approfittare di una pausa nel bel Parco Sempione su cui affaccia il palazzo della Triennale!).

I sogni segreti di Walter Mitty: quando il daydreaming ci fa riflettere anche sul futuro delle (belle) foto

Ben Stiller I sogni segreti di Walter Mitty

Lo ammetto: pur avendone sentito tanto parlare, specialmente tra gli amici appassionati di viaggi, non avevo ancora visto I sogni segreti di Walter Mitty. Il film di Ben Stiller era ormai da tempo fuori dalle sale quando però mi si è presentata una seconda chance di cui non potevo non approfittare: la sua uscita in Digital HD.

Di cosa si tratta? E’ una nuova forma di distribuzione digitale in cui si possono scaricare (legalmente ovviamente!) i film dai principali store (Chili TV, iTunes, Playstation Network, Xbox Video, Google Play, Cubovision…), per poi vederli anche sul tablet o sul pc di casa (volendo poi c’è anche in Blue Ray e Dvd). Così ho provato, scoprendo in realtà che avevo davanti un film di viaggio, certo, ma non solo: c’erano un po’di temi intrecciati di cui mi sarebbe piaciuto parlarvi, e quindi eccomi qui. Perchè in Walter Mitty c’è anche il racconto, e c’è una sollecitazione: il valore delle foto di viaggio, specie quelle delle grandi riviste, ed il loro destino.
Innanzitutto, quello che non sapevo è che il vero Walter Mitty ha radici lontane: Ben Stiller ha tratto ispirazione da quello che è un grande classico della letteratura americana, pur in tutta la sua brevità: “The secret life of Walter Mitty”, un racconto breve, pubblicato nel 1939 da James Thurber. Due paginette, nulla più, che si possono leggere ancora in originale qui, sul sito del New Yorker, dove in effetti il racconto apparve per la prima volta.

Ben Stiller Sean Penn I Sogni segreti di Walter Mitty
Pochi viaggi reali in quella storia, fatta di puro daydreaming per scappare da una realtà monotona e un approccio alla vita troppo ottuso per un sognatore. Il Walter Mitty del ’39 non viaggia, si muove piuttosto in un pomeriggio di compere vessato da una moglie petulante, ma ogni scorcio è buono per proiettarlo altrove, con la mente soltanto però (dalla Us Navy all’Europa sotto le bombe). Il Walter Mitty di Ben Stiller, invece, riesce suo malgrado a fare un salto di qualità (e non è in fondo in linea questo con la poetica di Thurber? Immaginare e, quindi, riadattare?): il suo viaggio metaforico diventa reale. E prima la New York ma soprattutto gli scenari naturali poi, di Groenlandia, Islanda, Himalaya, che bucano lo schermo, lui li vede davvero.
Se avete visto il film, conoscete la trama: Walter Mitty lavora come archivista nella (mitica) rivista di fotogiornalismo Life ma il momento è – a suo modo – storico: la rivista cartacea infatti sta per chiudere per trasformarsi solo in un sito online. Manca l’ultimo numero, e la foto di copertina per questo addio, e quello che Walter intraprende è proprio un viaggio alla ricerca del celebre fotoreporter Sean O’Connel (interpretato da Sean Penn) e di questa fotografia perfetta. Se però non l’avete visto non vi dico di più!
Vi dico solo che forse non è un caso che a capitarmi tra le mani come primo film da vedere in mobilità sia Walter Mitty, che un po’ dell’incrocio tra opposti fa la sua essenza: realtà e daydreaming innanzitutto. A proposito, io trovo che l’espressione inglese per “sognare ad occhi aperti”, daydreaming appunto, sia ancora più coinvolgente di quella italiana, perchè è come se questa voglia di immaginare e immaginarci, altrove, in un altro tempo, con altre storie, avvolgesse le nostre giornate e rendesse questi sogni più vicini ad essere dei progetti, dei buoni propositi.
E poi, altro incrocio, vecchie pellicole e foto digitali, una certa idea di giornalismo e fotogiornalismo contro le sfide lanciate dal web e dalle nuove tecnologie. E la bellezza, per me senza tempo, dei racconti di viaggio fatti di immagini, i reportage, ma di quelli veri.
A prima vista I sogni segreti di Walter Mitty sembra quindi solo un film per sognatori, quasi un invito a chi ancora non ha fatto un passo avanti, a farlo. Ma in me ha suscitato più di una riflessione. E in voi?

 

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Anche voi sognate il Sudamerica? A Milano una mostra sulle orme dei suoi scrittori

Strade di carta

 

Ti rimangono impresse sulla pellicola, e negli occhi: la luce, intensa, e i colori, nitidi, quando non vengono offuscati dalle nebbie, come a Macchu Picchu all’alba, e dalla famosa garua, la nebbiolina umida che avvolge spesso Lima e la tinge di una patina grigia.

Se ho cominciato a sognare i mondi letterari che leggevo nei libri sperando di raggiungerli davvero, prima o poi, lo devo in gran parte a loro, agli scrittori sudamericani. Leggevo le epopee al femminile di Isabel Allende e le famiglie magiche di Gabriel Garcia Marquez e pian piano me le costruivo così, quella Colombia, quel Cile, quel Sudamerica tutto che per me era fatto di quelle pagine. Ancora attendo di calcare davvero quelle città e quei panorami, ma il mio assaggio di Sudamerica l’ho voluto avere appena ho potuto: è stato cinque anni fa, quando in viaggio di nozze io e mio marito Michele abbiamo girato il Perù e scoperto le Galapagos. Con un libro accanto, of course, ed era Avventure della ragazza cattiva di Mario Vargas Llosa, perfettamente in sintonia con la garua di Lima.

Ben altre invece le tinte, forti, di luoghi magici come Cusco e Machu Picchu, la bianca Arequipa e il blu perfetto del lago Titicaca. La luce, i colori, i volti delle persone, profondi, ecco quello che rimane maggiormente impresso sulla pellicola, e nella mente. Luoghi perfetti per costruire storie, e attraversati nel bene e nel male dalla Storia, ingombrante, così che non stupisce che l’universo letterario dell’America latina sia così popolato. Avete mai provato anche voi un’irrefrenabile desiderio di andarli a scoprire davvero quei luoghi? Il Sudamerica rimane ancora uno dei miei viaggi del sogno, e spero di realizzarlo prima o poi.

Intanto, posso ammirarne le immagini in occasioni come questa: c’è, a Milano, un luogo originale che parla di libri. Si chiama, infatti, la Kasa dei libri (ecco la pagina Facebook) perché, spiega il suo creatore Andrea Kerbaker (professore, scrittore, organizzatore di eventi culturali) “Questo spazio non è una galleria, ma una casa, quella dei Libri“.

Tre appartamenti, un po’ studio, un po’ museo, un po’ casa, dove il libro è protagonista. La trovate in Largo De Benedetti 4, all’Isola, uno di quei quartieri ex popolari di Milano diventati di moda col tempo e dove è più piacevole passeggiare sentendosi un po’ a Parigi. Se volete saperne di più vi consiglio di leggere questo articolo di Survive Milano.

Io invece ve ne parlo perché la mostra in corso in questi giorni si chiama Strade di carta, percorsi fotografici sulle orme degli scrittori latinoamericani. Il fotografo di viaggi Enrico Martino ha immortalato quei luoghi attorno ai testi degli autori che maggiormente hanno influito sulla cultura latinoamericana, esprimendo appieno le diverse identità che la caratterizzano; dai colori vivaci del Sud all’Amazzonia, fino alle terre sconfinate della Terra del Fuoco. Ci sono le suggestioni di Paco Ignacio Taibo II, Mario Vargas Llosa, Carlos Fuentes, Octavio Paz Pablo Neruda, Jorge Luis Borges. Cinque le sezioni tagliate intorno a loro ed ai loro racconti, in uno scambio ideale tra parole e immagini. Niente Macondo, ahimè, d’altronde se la tavola rotonda ospitata qualche giorno fa si definiva “contro il realismo magico”, la tendenza sembra chiara…
L’ingresso è gratuito, basta citofonare alla Kasa dei Libri. La mostra va avanti fino all’11 aprile. Unica pecca: è aperta solo dal lunedì al venerdì, dalle 15 alle 19. Ce la farò a visitarla? Incrociate le dita! (e se ci andare fatemi sapere se vi è piaciuta).