Ve lo dico subito, poco o nulla di quanto leggerete a seguire sarà davvero oggettivo, perchè oggi vi parlo di Salento, del mio Salento, e dunque l’imparzialità non è assicurata…!
Ma neanche l’autore del libro in questione riesce ad essere al 100% obiettivo, ed è normale, è salentino anche lui. Ma in “Salentini. Guida ai migliori difetti ed alle peggiori virtù”, riesce a descrivere la sua terra ed i suoi co-abitanti con la giusta dose di disincanto e (auto) ironia.
Eccolo il libro di oggi. Edito da Sonda, novembre 2012, racconta il Salento attraverso i salentini (e undici itinerari in chiusura). Un compendio di usi e costumi, tic e manie, geografia in pillole e omaggi famosi (di artisti locali e non). Con la piacevole sorpresa di far tornare alla mente e leggere con occhi diversi anche tradizioni e momenti ormai trasparenti ai nostri occhi perchè scontati. Salento for beginners, ma non solo.
Ringrazio l’autore, Piero Manni, per avermi fatto risentire tutta la nostalgia per il mio Salento. Ma anche per avermi svelato un termine, ufaneria, che ignoravo, e che invece sarebbe fondamentale perchè, a detta sua, noi salentini siamo tutti un po’ ufani (spocchiosi? saccenti?) ma anche tanto, tanto accoglienti.
E lo ringrazio anche perchè forse finalmente ho capito come mai, nell’ormai lontano 2000, aggirandomi per l’enorme e luminosissima biblioteca universitaria di Eichstaett (in Baviera), rimasi a dir poco sorpresa a scoprire un dizionario di salentino. Forse non era lì per caso. Ma per merito di Gerhard Rohlfs, filologo tedesco che in Salento operò e ci ha lasciato in eredità un vocabolario dei dialetti salentini.
Luci ad Est
Da qualche parte avevo letto una frase sul Salento che mi aveva all’improvviso illuminato e fatto dire: “E’ vero!”. Il Salento, più che sud, è Oriente. Lo si vede anche tracciando un’immaginaria linea verticale a fil di piombo sulla cartina dell’Italia. Il Tacco è est. E la stessa sensazione l’ho ritrovata leggendo questo libro, soprattutto perchè il suo autore è nato nel cuore di quella Grecìa salentina dove si parlava il griko e dove i cartelli d’ingresso, accanto a Benvenuti, vi dicono Kalos Irtate. E molto di questo Salento parla nel libro, insieme a fantastici affreschi in punta di penna di coloro che si contrappongono ai paesani, i cittadini, dunque i leccesi.
“I leccesi non hanno un buon rapporto personale con il Barocco: sanno che c’è, che è importante dal punto di vista turistico ma lo conoscono poco. Vien da pensare che non lo amino perchè gli somigliano troppo, perchè ne condividono l’esuberanza e l’eccesso, perchè anch’essi si preoccupano soprattutto della facciata e dell’apparenza, perchè la loro grammatica mentale è complessa, involuta, esagerata”.
Ma l’Oriente si legge anche nei tratti levantini che nelle pagine vengono attribuiti ai locali (come quello di mercanteggiare, o trattativa sul prezzo, se preferite), in tanti monumenti, e chissà magari anche nei riti pagani che sono giunti fino a noi, ma mascherati, o trasformati, dal cristianesimo. E nella luce:
“Lo spettacolo più suggestivo è quello quotidiano della luce, (…) d’estate accecante, intollerabile, si ingentilisce nelle stagioni intermedie in una chiarìa che ti quieta l’animo e d’inverno impedisce il plumbeo anche nelle giornate di pioggia”.
Prima della Notte della Taranta
Interessante anche l’excursus sulla cultura prima della cultura, vale a dire prima di cinema, teatro e affini. Quella popolare (belli i canti nel capitolo su “La cultura degli incolti”). E sì, ovviamente c’è anche l’evento salentino celebre, la Notte della Taranta. Panorama musicale locale in pillole (anche se con qualche assente “illustre”), e poi, la gastronomia. Ma per scoprirla davvero c’è un solo modo, andarci!
Se l’idea vi è piaciuta non siate invidiosi: ce n’è per tutti (o quasi): la collana Luoghi non comuni (I migliori difetti e le peggiori virtù) conta ben 24 titoli (compresi i Valdesi d’Italia).
One Comment