La mia prima Lucca Comics & Games: sulla fantasia ed altri viaggi

Grazie alle Edizioni Bd per questa massima di vita!
Grazie alle Edizioni Bd per questa massima di vita!

Con questo post oggi esco un po’ fuori tema, ma neanche troppo in realtà. Perché vi voglio parlare di storie a fumetti, e questi cos’altro sono se non sempre viaggi, pur di fantasia, verso altri mondi? Oppure verso nuovi modi di raccontare il nostro quotidiano.

Ho assaggiato entrambi nel fine settimana che si è appena chiuso, perché per la prima volta sono stata a Lucca Comics & Games, un debutto assoluto per me che non sono esperta di fumetti e graphic novel ma mi sono lasciata contagiare in tempo zero da cosplay, colori, personaggi ed atmosfera festosa.
Se avessi saputo che era cosi coinvolgente ci sarei andata già qualche anno prima! Una manciata di giorni di iniezione di buonumore, fantasia a briglie sciolte, penne e matite talentuose e la scoperta del dietro le quinte di un mondo affascinante a colpi di china.
Ma non di soli viaggi di fantasia è stata la mia Lucca. Sono almeno tre le scoperte espressamente legate ai viaggi, quelli geografici, che mi porto a casa da questo Lucca Comics & Games 2013 e che vi racconterò nel dettaglio nei prossimi giorni.

Terzani
La prima è un libro, “L’esistenza delle formiche“, la biografia a fumetti di un grande viaggiatore, Tiziano Terzani, realizzata da Silvia Rocchi per una casa editrice di graphic novel che ho conosciuto qualche anno fa e che mi piace sempre più, Becco Giallo.
delisleLa seconda è un autore, Guy Delisle, graphic journalist canadese con la vita in viaggio: nelle sue tavole ha raccontato la Cina, la Birmania, la Corea del Nord e Israele ed a Lucca Comics ho potuto ammirare alcuni dei suoi lavori in mostra a Palazzo Ducale. Che presto vi farò vedere!
La terza, infine, non so neanche come definirla.

Hugo Pratt

La parola cool che piace tanto oggi è performance, loro l’hanno chiamato Concert de dessin, per noi in platea è stata una magia dal sapore cinematografico: un evento dedicato alla biografia di Hugo Pratt, raccontata per immagini dal vivo dal disegnatore Paolo Cossi su un rotolo di carta lungo otto metri , accompagnato dalla chitarra di Jan Caberlotto. Disegno e musica a viaggiare insieme, a tratti accompagnandosi a volte sfidandosi, in onore del creatore di Corto Maltese.
Se anche voi siete stati a Lucca Comics vi va di raccontarmi le vostre esperienze?

Io intanto vi lascio con alcuni scatti che raccontano cosa è stata, per me, la mia prima #luccacg13 (con questo hashtag su Twitter potete rileggervi un po’ di cose scritte in giro sull’evento)

La mia Lucca Comics & Games, qualche scatto

Vi è piaciuto il blog? Cliccate e iscrivetevi dalla home page per ricevere i prossimi articoli

Che libro mi porto è anche su Facebook!

“L’Amerique en auto”: anche Georges Simenon scrisse il suo on the road

Simenon

Voglio sapere cosa mangiano a colazione, come arredano casa e quanto costa un pieno”.

 

Che Georges Simenon fosse uno scrittore più che prolifico è cosa nota. Quello che invece ignoravo è che vantasse al suo attivo anche un reportage di viaggio! Ebbene sì, eccola una delle mie più recenti scoperte. il papà del commissario Maigret e di molto altro, colui che identifichiamo con il Belgio natale (nacque a Liegi) e naturalmente con la Francia e Parigi (che cosa carina aver regalato qualche anno fa alla mia amica Silvia, spagnola di Barcellona trasferitasi nella Ville Lumiere e desiderosa di rispolverare l’Italiano, “Maigret e l’omicida di Rue Popincourt; lei abitava proprio in quella via parigina!), cambiò in vita sua ben trentatré residenze. Di queste, diverse in Nord America. E fu qui che si trasformò in viaggiatore per conto di France-Soir.

Come vivono gli americani? Quanto costa fare benzina? Cosa mangiano? Era questa la “missione” di Simenon, raccontare l’America e gli americani. E lo fece, partendo in macchina.
E’ un vero e proprio on the road quello che lo scrittore belga intraprese nel 1946 a bordo di una Chevrolet, dal nord al sud degli States percorrendo la mitica route nr.1, dal Maine alla Florida passando per campagne e città, attraversando il New Hampshire, Rhode Island, Connecticut, Massachussets, New York, New Jersey, Pennsylvania, Washington, Maryland, Carolina e Georgia.

E fotografando con la sua penna l’American way of life, le gomme da masticare e le villette con giardino “che sembrano giocattoli più che case vere”, diceva, gli hot-dog e le stazioni di rifornimento (“dietro la pompa ci sono sempre Coca Cola e gelati e dolciumi tutti con lo stesso sapore di dentifricio”).
Ne uscì anche un libro, nel 1966, che per ora si può leggere solo in lingua originale. E’ questa infatti la notizia. La casa editrice francese Le Livre de poche ha deciso di ripubblicarlo. Il titolo? “Des phoques aux cocotiers et aux serpents à sonnette. L’Amerique en auto”. Ovvero: foche, palme da cocco e serpenti a sonagli: era forse così, esotica, l’America come la vedeva lo scrittore del Vecchio Continente proiettato lungo le highway del Nuovo Mondo?

Che libro mi porto è anche su Facebook

Vuoi seguire il blog? Iscriviti dalla home page!

Ebano: rileggo l’Africa di Ryszard Kapuscinski, pensando alla tragedia di Lampedusa

Ebano Ryszard Kapuscinski

E’ passata quasi una settimana dal tragico naufragio di Lampedusa ed anch’io ne voglio parlare, ma a modo mio. Voglio rendere omaggio alle persone annegate ed ai superstiti su questo blog, e dunque parlando di libri. Sì, di libri, perché per uno strano e fulmineo collegamento mentale, all’indomani del naufragio, in piena ondata polemica e sulla scia dello scalpore suscitato da quella parola, vergogna, pronunciata tra gli altri da Papa Francesco, a me è venuto in mente un nome, Ryszard Kapuscinski, ed un libro, Ebano.

Mi ci è voluto un po’ per scoprire l’opera di questo grande reporter e scrittore, ma una volta iniziato, ho divorato uno dietro l’altro i suoi libri, compreso questo, in cui racconta i suoi anni africani come inviato di un’agenzia di stampa polacca. Premessa: non conosco ancora (purtroppo) l’Africa, le mie visite si limitano a qualche incursione nel Nord (Tunisia, Marrakech, Tripoli diversi anni fa). Però leggendo Kapuscinski ho avuto l’impressione di iniziare a saperne un po’ di più. E mi sono spiegata, in un certo senso, anche il perché mi sia venuto subito in mente Ebano, letto ormai diversi anni fa, guardando le immagini di Lampedusa. Perché mi ronzava in testa quella parola, vergogna, e l’ho collegata a molti passi dei racconti di Kapuscinski, ed ho pensato che non ha tutti i torti chi parla oggi di vergogna. Io però ho pensato più ad una sorta di vergogna “atavica”, per così dire.

Ryszard Kapuscinski
Ryszard Kapuscinski

Kapuscinski nel suo libro racconta della genesi coloniale e dello sfruttamento del Continente, del processo di indipendenza di Stati africani di fatto mai esistiti ma creati a tavolino dagli occidentali, di crisi interne tra gruppi etnici e tribù trovatisi improvvisamente a dover condividere questi Stati, e poi ovviamente delle tratte degli schiavi, dell’oro e dell’avorio, di natura rigogliosa soggiogata dall’uomo e al tempo stesso di giungle e altopiani inospitali percorsi da popolazioni comunque in cammino perché sempre in cerca di qualcosa.
Kapuscinski racconta l’Africa per una decina d’anni, dal 1958, tra andate e ritorni nel Continente.

Sono anni cruciali e delicati perché iniziano i primi processi di indipendenza. Ci descrive eserciti coloniali in fase di arruolamento di africani senza voler cedere le proprie posizioni di comando, ci racconta le città divise in almeno tre zone come a Dar Es Salaam, quelle rigogliose e magari vicine al mare delle ville dei ricchi, i quartier generali dei nuovi Governi, i quartieri dei poveri, africani ed immigrati.

Ci racconta di un Continente dove i circa 10mila regni e comunità tribali, privi di Stato ma autonomi a metà XX secolo, furono racchiusi dagli Occidentali in appena una quarantina di colonie, dove sarebbero riaffiorati gli antichi rapporti interetnici una volta sciolti i legami con la Gran Bretagna o il Portogallo.
E allora mi è venuta voglia, all’indomani della tragedia di Lampedusa, di rileggere queste pagine e di ricordarmi che, in fondo ma neanche troppo, non possiamo far finta di nulla.
E vi lascio con la prefazione di Ebano, l’Africa come la vedeva Ryzard Kapuscinski:

Questo libro non parla dell’Africa, ma di alcune persone che vi abitano e che vi ho incontrato, del tempo che abbiamo trascorso insieme. L’Africa è un Continente troppo grande per poterlo descrivere. E’ un oceano, un pianeta a se stante, un cosmo vario e ricchissimo. E’ solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste”.

Quanti libri parlano di New York? E di Londra? Qualcuno si è messo a misurarli

Broadway New York

Questa è proprio roba da curiosità maniacale. E io mi ci sono imbattuta sfogliando Repubblica di qualche giorno fa (che ospitava anche un’altra chicca letteraria di cui vi parlerò nei prossimi giorni). Vi siete mai chiesti: ma quali sono le città su cui sono stati scritti più libri? Ebbene, qualcuno questa domanda se l’è fatta ed ha deciso di scoprirne anche la risposta. Si tratta di tale Edgar Barbosa per la Florida Atlantic University, usando Google N-Gram Viewer (strumento che in pratica, ma perdonatemi la poca tecnicità, dovrebbe permettere di confrontare la presenza di determinate parole all’interno di un database di qualcosa come 5 milioni di libri…).

Obiettivo: misurare la quantità di libri che parlano di dieci metropoli del mondo, tra il 1800 ed il Duemila. Il che non si esaurisce quindi in un esercizio maniacale di qualche appassionato, ma vuol dire comporre un affresco della società mondiale in due secoli, e soprattutto di come è cambiata. E di come si sono spostate le vie del mainstream.
Ed eccole qui, le dieci città raccontate tra le pagine dei libri scrupolosamente passati in una rassegna che però, lo dobbiamo dire per onor di cronaca, mantiene un’identità molto anglosassone. La ricerca viene dalla Florida e qui si parla solo di libri in lingua inglese (anche tradotti da altre lingue, vogliamo sperare, anche se ricordo di aver letto, tempo fa, che negli Stati Uniti le altre letterature, cioè quelle non anglosassoni, venissero lette pochissimo, tanto che si era meritata gli onori delle cronache una piccola casa editrice universitaria, Open Letter Books della University of Rochester, NY, interamente dedita alla traduzione dei classici internazionali.

Shakespeare2
E quindi è chiaro, e lo pensa anche Paolo Mauri, l’autore dell’articolo de La Repubblica, che se volessimo ripetere l’esperimento prendendo in mano i libri scritti in italiano la mappa sarebbe molto diversa e decisamente più esigua fino ai giorni nostri o quasi, in termini di luoghi stranieri.
Ma torniamo alla mappa degli “americani”: Londra e New York attraversano praticamente incontrastate i due secoli. La nostra Roma si difende più che bene, ma solo fino a metà Ottocento, dopo di che, il “declino” letterario (quantitativamente, si intende) al di là dell’Atlantico (o della Manica). Ma va peggio a Madrid, che brilla solo a inizio ‘800, mentre spicca la Parigi della Belle Epoque e Il Cairo dopo la frequenza di primo ‘800 ha vissuto un nuovo interesse prima del Duemila.

E l’Oriente? Sembra proprio che i Bric (cioè quei Paesi a più forte accelerazione economica negli ultimi anni) abbiano fatto irruzione anche in letteratura: Pechino fa la sua comparsa massiccia solo negli ultimi decenni, Mumbai praticamente l’altro ieri. E Tokyo attende ancora il suo exploit. Siete d’accordo?

Potrebbero interessarvi anche questi articoli, su dieci libri ambientati a New York e a Londra (in arrivo le prossime puntate)

… e un libro leggero sulla Pechino degli “expats”

Gasdotti e sciamani lungo la Transmongolica. I viaggi di Alberto

Una volta ancora

Oggi su Che libro mi porto ho deciso di ospitare un amico e collega, Alberto Caspani, un bravo giornalista nonchè instancabile viaggiatore, ma di quelli veri, di quelli che approfondiscono i luoghi che andranno ad esplorare e si mescolano alle persone che incontreranno lungo il cammino. Alberto poi è uno di quelli che quasi ti vergogni di incontrare in città dopo le vacanze, perchè al suo confronto le ferie che hai appena fatto tu assumeranno di colpo le sembianze della più sonnolenta villeggiatura d’antan.

Tu gli dici del mare, lui invece ti affascina con il racconto di un viaggio avventuroso, (spesso pure troppo, come testimonia la foto che qui lo ritrae in un fermo “preventivo” per invasione territoriale fra la Lituania e l’enclave russa di Kaliningrad…. Lui ti racconta di lande desolate, sciamani africani, burocrati russi, tribù nomadi).

Alberto durante un arresto nel corso dei suoi viaggi nell'ex Unione Sovietica
Alberto durante un arresto nel corso dei suoi viaggi nell’ex Unione Sovietica

Parte dei suoi lavori li potete trovare sui suoi siti, ma naturale che tali esperienze di vita vissuta non potevano non ispirare un racconto, anzi un romanzo, che parte da Amburgo e ci trasporta sul lago Bajkal, in Siberia, ma anche indietro nella Cina imperiale. Si chiama “Una volta ancora”, gasdotti e sciamani lungo la Transmongolica (pubblicato in self-publishing, lo potete trovare qui) e racconta di un giornalista in fuga dal suo passato che in cerca dello scoop della vita sfiderà oligarchi russi, sciamani e trafficanti orientali, ed il suo sarà anche un viaggio verso la consapevolezza interiore.

Così Alberto ci racconta le storie e i territori che gli hanno ispirato il libro e che, come vedrete, sono decisamente fuori dal comune… Buona lettura.

Una volta ancora

Seguire i gasdotti della Russia può essere un buon modo per non smarrirsi nelle sue immensità. Conducono spesso là dove il passo è interdetto, portando a galla non solo gas e petrolio, ma anche storie sepolte di cui conviene dimenticarsi in fretta. Una di queste riguarda Michail Borisovic Chodorovskij, l’ex magnate del colosso petrolifero Yukos che, a mo’ di uno spettro redivivo, di tanto in tanto compare in televisione per ricordare quale triste fine sia comminata a chi non opera per il bene del Cremlino, bensì per le proprie tasche.

Eppure la Russia di una decina d’anni fa non era così, ancora in bilico fra le severe macerie dell’ex Unione Sovietica e un torbido futuro di umana cupidigia, dove ogni legge poteva essere infranta e qualunque rancore vomitato sul nemico. Una terra orgogliosa che osservava sconvolta il proprio disfacimento, senza intravvedere ancora la via della rinascita, esattamente come accade nei riti degli sciamani siberiani, quando battono l’ultimo colpo sul tamburo e improvvisamente crollano a terra.

Dev’essere stato uno di questi a martellarmi nelle orecchie per anni, spingendomi a tornare e ritornare fra le braccia della Grande Madre, interrogandola ossessionato quasi avessi di fronte la mitica Sfinge cantata da Aleksandr Block, piangendola nelle sue sventure, amandola come un figlio che non accetta di separarsi dal suo seno. Giovane e avventato, sono corso in sua difesa, convinto che la verità della penna potesse smuovere la coscienza dei più, aprire gli occhi sulle violenze che le foreste vergini della Buriatia pativano in silenzio, sulla bramosia capace di far accapponare le inviolate acque del lago Bajkal, sulla rassegnazione dei monaci d’Ivolginsk, impietriti al suono di un gong tornato ad annunciare il barbaro nemico oltre la grande muraglia d’Oriente. Ho pestato i piedi a Chodorovskij, camminato spalla a spalla con gli ex agenti del Kgb, sfiorato scapole di capra che solo al fuoco sacro appartenevano, deragliando fra orde di mongoli per essere poi venduto sulle spregiudicate bancarelle di Pechino.

Non ho semplicemente viaggiato nella Russia incantata di Leskov, ma per quell’immensa distesa a est del cuore dove seppelliamo i nostri perché, nella speranza che mai più tornino e ci lascino infine gustare il piacere sottile del vuoto irrisolto. Chodorovskij marcisce ancora in qualche oscuro meandro di una repubblica dimenticata. La Russia è tornata a scrutarci dalle polveri della sua storia; e nonostante “Una volta ancora” volesse colmare una distanza aperta da una confessione mai data alla stampa, scompigliando le carte per confondere le tracce, il sapore del primo bacio abita ancora le nostre labbra”.

Alberto Caspani

Viaggiare leggendo, dalla Spagna all’America Latina: il #mappalibro

Il Lago Titicaca, Perù. Foto Mariangela Traficante
Il Lago Titicaca, Perù. Foto Mariangela Traficante

Un’idea semplice quanto geniale. Vi avevo già raccontato un paio di esperimenti di geolocalizzazione dei libri ricordate? Qui il progetto si fa ancora più interessante perchè ad essere mappato è l’intero catalogo di un editore. L’idea l’ha avuta laNuovafrontiera, una casa editrice indipendente e molto particolare perchè ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla letteratura di lingua castigliana, catalana e portoghese (autori classici e contemporanei).

Quindi non solo Spagna e Portogallo, ma anche America Latina e Africa lusofona (in primis Angola e Mozambico). Una produzione ricercata, verso autori e storie che spesso sfuggono sia alle letture di tutti i giorni sia al racconto giornalistico (e non a caso la casa editrice pubblica anche una collana di giornalismo narrativo, Cronache di frontiera).

Un viaggio già di per sè, in pratica. Che loro hanno deciso di mettere proprio nero su bianco. Ed eccola l’idea: ben cento libri mappati su Google Maps, ognuno puntato sul “suo” luogo. Possiamo lasciarci guidare dalle trame (che appaiono in un pop-up cliccandoci sopra) oppure dai luoghi che più ci incuriosiscono, per scoprire quale dei libri ci potrà guidare, ad esempio, tra i viali di Barcellona, gli spazi immensi della Patagonia o le viuzze di Porto, e poi le spiagge di Capo Verde o la nebbia di Lima. E come poteva chiamarsi se non #mappalibro?.  Se state per partire per uno dei questi luoghi vi consiglio vivamente di darci un’occhiata e magari troverete cosa leggere prima di andare in vacanza. Io intanto ho deciso dove punterò il mio mouse: dritto sul Sudamerica… E se per caso voi siete diretti proprio lì, che invidia!!

MappalibroJPG

Reportage dal Libano: intelligence e politica

Reportage dal LibanoSi chiama “Reportage dal Libano” ma in realtà il libro che vi segnalo oggi ricorda piuttosto una raccolta di fotografie: qui non ci sono immagini ma si tratta comunque di istantanee, almeno una quindicina, raccolte sotto forma di intervista dall’autrice. “Reportage dal Libano. Tra guerre, servizi segreti e primavera araba”, è stato scritto da Antonella Colonna Vilasi, presidente del Centro Studi sull’Intelligence –Uni, e prima autrice europea ad aver pubblicato una trilogia sui temi dell’intelligence. L’autrice attualmente collabora con diverse riviste scientifiche con articoli su questo tema e e sulla sicurezza.

E questo è anche il background del suo Libano (dove a maggio scorso è stata invitata a tenere conferenze presso università ed associazioni), letto con gli occhi dell’esperta di intelligence e raccontato da analisti politici, giornalisti, blogger, esponenti del Governo (nonchè un responsabile di Hezbollah). Non leggetelo alla ricerca di un racconto del Libano quotidiano, quello del cosidetto “uomo della strada” (anche se se ne possono ritrovare alcuni cenni nelle pagine in cui l’autrice mette su carta le sue sensazioni all’impatto con il Paese), pensatelo piuttosto come un intarsio di voci locali, un tassello, in realtà, del grande e difficile mosaico che è, ancora oggi, la crisi medio-orientale.

Un Paese dalla geopolitica complicata e da un’essenza sfaccettata che naturalmente non si può ridurre e convogliare in un libro. Ci sono le pagine introduttive, nelle quali l’autrice sfodera le sue competenze in materia di politica internazionale e di intelligence, a provare a rendere una sintesi di un Libano che, come scrive lei stessa, “fino agli inizi degli anni Settanta, veniva chiamato la Svizzera del Medio Oriente, con tanto di segreto bancario, casinò, connotazione di luogo di vacanze dorate.

Antonella Colonna Vilasi non è rimasta solo a Beirut, ma si è spinta nella valle della Bekaa, verso il confine siriano, oppure nella regione di Ammiq, dove scopriamo un progetto decisamente originale che regala un tocco di leggerezza alle pagine del libro: l’apertura di un eco-ristorante, Tawlet Ammiq, nato per celebrare le tradizioni culinarie della regione.

Per chi vuole saperne di più, l’autrice presenta il suo libro (pubblicato da Satweiss) a Roma, il 1 marzo,  presso la libreria Odradek, in via dei Banchi Vecchi, 57.

Letteratura di viaggio, il mio Festival in otto tweet

Tre giorni in otto tweet. Non è un quiz ma quello che ho deciso di fare ora che si conclude il Festival della Letteratura di Viaggio. Da Roma è partita una fittissima cronaca fatta di tweet ed è così che ho potuto seguire l’evento a distanza, leggendo di grandi reporter e di blogger, di romanzieri e di fotografi, imparando neologismi e scoprendo che oggi la letteratura di viaggio è (che bello) anche materia universitaria!

Tutto via tweet. Così ne ho raccolti d’istinto una manciata, quelli che mi hanno colpito di più o che di più hanno colto nel segno del mio modo di vedere i viaggi, e i libri ovviamente. In ordine rigorosamente sparso. Cominciamo.

Adriatico arcipelago fatto di isole che si guardano – Bianca Maria Bruno (linguista e direttore Lettera Internazionale)”: perchè essendo nata e cresciuta su questo lato dell’Adriatico mi ha sempre affascinato ed attratto scoprire cosa ci fosse “di là”, e così ho scoperto il Centro interuniversitario internazionale di studi sul viaggio adratico (Cisv), ed un progetto originalissimo di itinerari cultural-turistici a cavallo delle due sponde, tra Magna Grecia e Montenegro, tra Albania e Capo di Leuca, sulle tracce della storia.

Continue reading “Letteratura di viaggio, il mio Festival in otto tweet”

David Foster Wallace ovvero: la fenomenologia della crociera

Forse i committenti, vale a dire Harper’s (la rivista patinata della East Coast, la definisce lui), volevano che tornasse sulla loro scrivania una sorta di cartolina illustrata.

Invece l’affresco della vita da crociera uscito dalla penna (e dall’estro) di David Foster Wallace è un piccolo gioiello di dissacrazione, ironia, insolenza e attenzione maniacale ai dettagli. “Una cosa divertente che non farò mai più” (minimum fax) è un ibrido tra un saggio ed un racconto ed è il libro del mio primo (finora) approccio alla scrittura di David Foster Wallace. L’approccio forse più semplice visto il resto della produzione dello scrittore americano.

Ma assolutamente geniale e divertente. Se non siete mai stati un crociera, forse leggendolo vi passerà definitivamente la voglia di imbattervi anche voi nei tic di bordo. Oppure invece la narrazione scrupolosa e spesso surreale di Wallace vi farà venire la curiosità di andare a provare di persona.

I fatti: dall’11 al 18 marzo del 1995 lo scrittore si imbarca da Fort Lauderdale alla volta della più classica delle crociere, la sette giorni extra-lusso ai Caraibi (nave della Celebrity Cruises). E osserva, e segna, tutto quello che gli capita a tiro. Ma proprio tutto, compreso il set di cortesia del bagno di cabina.

Continue reading “David Foster Wallace ovvero: la fenomenologia della crociera”

Libreria

Benvenuti!

Un posto mi piace conoscerlo anche attraverso le pagine di un romanzo, un racconto, un reportage. Non necessariamente  per raggiungerlo poi sul serio. Mi piacciono i libri in cui i luoghi diventano protagonisti tanto quanto i personaggi in carne ed ossa (e forse di piu’). E sono tante le storie in cui questo accade!
Mi piace leggerle per scoprire un’angolazione diversa da cui guardare quel luogo. Ma anche per prepararmi a viaggiare, per giocare a scovare a destinazione quegli stessi luoghi attraversati su carta. Oppure, una volta tornata alla base, per ritrovarli in un libro.
Le guide turistiche non mi bastano, ma quanto mi incuriosiscono! Specie quelle che vere e proprie guide non sono, ma si trasformano – appunto – in storie. Tutto questo vuole essere lo spirito del blog, a me piacciono da morire questi “viaggi di carta”, spero piaceranno anche a voi!